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giovedì 8 aprile 2010

A tre anni dall'esplosivo debutto "Running wild" (tra l'altro prima recensione del blog), tornano gli Airbourne con un disco che mi ha lasciato un po' così.
Un piccolo solo lancinante ci introduce al nuovo album degli Airbourne, che non deludono le aspettative già dall'opener "Born To Kill", pienamente nel loro stile grezzo, ampiamente sperimentato e senza compromessi. "No way but the hard way", primo singolo estratto, è un classico mid-tempo coi controcazzi bello tosto e coinvolgente. "Blonde, bad and beautiful" sembra un pezzo degli AC/DC dall'inizio alla fine: non che gli altri non siano assimilabili agli AC/DC, ma questo, dal riff principale al ritornello sembrerebbe un plagio, se non fosse che è totalmente originale. "Raise the flag" spinge di nuovo a tavoletta per poi lasciarvi alla più ragionata "Bottom of the well". "White line fever" è ancora rock blues sporco di whisky e sangue, ma mai quanto "It ain't over till it's over", canzone tiratissima che vi farà scatenare come pazzi. "Steel town" e "Chewin' the fat" fanno il loro lavoro, anche se a questo punto si comincia a sentire un po' di pesantezza dovuta al fatto che molti pezzi si assomigliano troppo fra loro. Cosa che non si può dire per "Get busy livin'", decisamente di livello più alto. "Armed and dangerous" è il classico anthem dal chorus che farà strage dal vivo: come feeling mi ricorda molto "Thunderstruck" degli AC/DC. Per "Overdrive" vale il discorso fatto poco fa riguardo alla mancanza di originalità, mentre "Back one the bottle" si rivela uno degli episodi migliori del disco. I fortunelli che hanno acquistato l'edizione speciale limitata, oltre che un inutilissimo cavatappi degli Airbourne (era necessario?) avranno altre cinque canzoni di cui godere. "Loaded gun", "My dynamite will blow you sky high", "Rattle your bones" e "Kickin' it old school" scorrono piacevoli e senza troppe pretese, mentre "Devil's child" è assolutamente da orgasmo.
Chiariamo una cosa: le canzoni composte sono esattamente ciò che la gente voleva da loro. Ovviamente non avete fra le mani un capolavoro come il loro debut album, ma il disco è assolutamente godibile. Il vero problema è che se "Running wild" proponeva una formula presa di peso dagli AC/DC, ma potenziata e portata all'ennesima potenza con 12 tracce divertenti, in questo "No Guts. No Glory." assistiamo a un'esibizione prima di tutto un po' più moscia, in secondo luogo parecchio ripetitiva. Non rispetto al disco precedente, parlo di ripetitività dei pezzi del disco, proprio come scritto in recensione. Gli Airbourne qui non sono più quegli "AC/DC +" che avevo adorato nel 2008, ma sembrano proprio la copia spudorata, senza mezza idea in più.
In conclusione, disco divertente e semplice da ascoltare, adattissimo per animare un party. Però per il futuro magari sarebbe preferibile un po' di diversità in più.

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Mi vorrei scusare con i miei lettori per la lunga assenza, ma ho avuto diversi scazzi personali che tra l'altro ancora non accennano a risolversi. Cercherò comunque di essere più presente!

Rock on! \m/-
mercoledì 20 gennaio 2010
Scusate la poca prolificità nell'ultimo periodo, ma sto preparando una sorpresa per tutti i miei lettori amanti del thrash (spero che ce ne siano...) che vi farà saltare sulla sedia!
Aspettate un po' e non ne rimarrete delusi!
Cosa sto preparando? Vi dico solo che è uno scandalo che un certo documentario -che NON è Metal: A Headbanger's Journey!- non sia stato tradotto in italiano...
WAIT ON... ehm... ROCK ON!!! |m/-
A fronte di una delle copertine più brutte della storia, uno dei dischi più belli di sempre!
Stiamo parlando di un capolavoro indiscusso di funk metal che è passato alla storia grazie alla famosissima ballad "More Than Words": "Extreme II: Pornograffitti"!
Impossibile non lasciarsi trascinare dallo tsunami di groove che trasuda da ogni solco dell'album, un tornado di riff talmente catchy che vi impediranno di ascoltare qualsiasi altra cosa nel vostro lettore, che -vi assicuro- rimarrà occupato da "Pornograffitti" per mesi!
Dopo un esordio tanto esplosivo quanto traballante nel 1989 in cui il funk è ancora in gran parte offuscato da influenze alla Van Halen, nel 1990 arriva la consacrazione al grande pubblico. Gli assoli sono talmente elaborati ed originali che Nuno Bettencourt (chitarra) viene accolto -appunto- come il nuovo Van Halen; la voce di Gary Cherone non sarà mai più così perfetta; il comparto ritmico composto da Pat Badger (basso) e Paul Geary (batteria) è preciso, originale e coinvolgente. E come fiore all'occhiello abbiamo una serie di testi incentrati prevalentemente sull'argomento "sesso" (ma va?), corredati da ballad dolcissime che, come già detto, hanno lanciato la band nel firmamento rock.
Veniamo introdotti al nostro viaggio da un impietoso temporale e dal piano suonato magistralmente da Bettencourt in un soffuso intro che al primo ascolto potrebbe far pensare "ma che cazz...?". Niente paura, il riff di "Decadence Dance" non lascia spazio a dubbi: si parte col botto! La danza della decadenza è un inno contro l'invidia e la brmaosia di competizione nella vita quotidiana accompagnata da un tappeto musicale assolutamente incredibile. Impossibile non scatenarsi al suo ritmo. Quindi, scatenatevi. È un ordine.
La seguente "Li'l Jack Horny" ("Il piccolo Jack arrapato") vi narra la tragicomica esperienza di Jack che pensa solo a divertirsi finché... non ci scappa il bebé! La sezione fiati di Rick August esalta una canzone che da sola varrebbe l'acquisto del disco.
Ed ecco la prima delle mie preferite: "When I'm President" è la presa in giro perfetta di tutte le promesse elettorali che ci vengono propinate in periodo di elezioni. Gary vuole diventare presidente promettendovi mari e monti, arrivando a citare perfino Alice Cooper ("I Wanna Be Elected!"). Purtroppo ascoltando il pezzo non avrete la promessa pace nel mondo, ma almeno vi divertirete da matti con tanto buon metallo funkeggiante!
Se non vi piace quello che avete sentito finora, "Get The Funk Out"! Altro colpo di genio made in Extreme. Non vi rovino la sorpresa: guardatevi il video in basso e capirete da soli a che livelli stratosferici ci troviamo. In coda troverete un medley di autocitazioni, a voi il divertimento!
Ed ecco la tanto acclamata (per non dire sputtanata) "More Than Words", ballad acustica strappamutande tanto semplice quanto perfetta. Se volete conquistare una ragazza e sapete suonare la chitarra è il pezzo che fa per voi.
Si inneggia ironicamente al denaro con "Money (In God We Trust)". Al-le-lu-ja! Delirio chitarristico, cori da stadio ed altro 10 e lode.
Scusate la finezza: si parla di cazzo con "It ('s a Monster)". Secondo mio pezzo preferito, in parte anche per il testo: "È un mostro, è un mostro! Ci trasforma in peccatori! È un moooostrooo!". Irresistibile soprattutto il funk allo stato dell'arte che racchiude queste peccaminose parole.
E vai di title-track! Probabilmente "Pornograffitti" è l'episodio migliore non solo del disco, ma di tutto il panorama funk metal. Incredibilmente coinvolgente, tecnica ed indimenticabile, parla di come il sesso ai giorni nostri non sia più l'apice dell'amore, ma un mero oggetto di mercato senza più significato, al pari di qualsiasi altra merce. "Sex sells!"
"Suzi (Wants Her All Day What?)" parla di una ragazza dai facili costumi tramite ardite metafore e tanta spensieratezza musicale. La sua leggerezza prelude all'intro di "He-Man Woman Hater": "Flight Of The Wounded Bumble Bee", delirio solistico alla velocità della luce che rivisita "Il Volo Del Calabrone" di Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov. Purtroppo è fuso alla canzone e a lungo andare può rompere le scatole il fatto che se lo vorrete saltare dovrete per forza andarci di fast forward. In compenso "He-Man Woman Hater" vi ripaga ampiamente dell'attesa con un riff stellare e un testo che sarà ampiamente condiviso da chi ha avuto brutte esperienze con le ragazze, nonché, grazie alla sua brutale verità, dalle ragazze stesse: noi uomini abbiamo in testa solo una cosa e "prima o poi diventerai un uomo che odia le donne" perché "non ci puoi vivere assieme ma moriresti senza".
Si chiude con due ballad: la malinconica "Song For Love" che parla di amori perduti per sempre e la bellissima e sognante "Hole Hearted".
Purtroppo il disco è finito, ma grazie a "Pornograffitti" nasce nei primi anni '90 la spinta a tutto il filone funk metal che nascerà di lì a poco.
Vi avevo già consigliato caldamente l'acquisto in coda alla recensione dello scialbo "Saudades De Rock" degli stessi Extreme: dopo questa recensione non avete più scuse!
lunedì 18 gennaio 2010
Ecco le canzoni del nuovo album "No Guts No Glory", in uscita l'8 marzo per la Roadrunner Records.
La special edition conterrà cinque pezzi bonus e (!) un apribottiglie personalizzato.

01. Born To Kill
02. No Way But The Hard Way
03. Blonde, Bad and Beautiful
04. Raise The Flag
05. Bottom Of The Well
06. White Line Fever
07. It Ain't Over Till It's Over
08. Steel Town
09. Chewin' The Fat
10. Get Busy Livin'
11. Armed And Dangerous
12. Overdrive
13. Back On The Bottle
14. Loaded Gun (bonus track)
15. My Dynamite Will Blow You Sky High (And Get Ya Moanin' After Midnight) (bonus track)
16. Rattle Your Bones (bonus track)
17. Kickin' It Old School (bonus track)
18. Devil's Child (bonus track)

venerdì 8 gennaio 2010

Ultimamente mi è venuto lo schizzo per i Beatles e, oltre ad aver riscoperto molti dei loro brani storici, ho scovato questo irresistibile album tributo pieno zeppo di firme prezzolate!

Uscito oramai ben quattro anni fa, “Butchering The Beatles” (letteralmente “Macellando i Beatles”; la copertina riprende quella di “Yesterday And Today”) contiene dodici classici riarrangiati in chiave hard rock con un risultato esaltante!

Nessuno dei brani originali è stato snaturato, ma anzi se vi piace il rock pesante (quasi) tutti hanno ottenuto una marcia in più. Io sulle cover la penso così: è inutile una cover uguale per il 99% al brano originale, che senso ha? A quel punto mi ascolto l'originale! Quindi ben vengano sperimentazioni, divagazioni, masturbazioni ecc, basta che ovviamente il risultato finale non sia una cagata.

Ad aprire le danze c'è “Hey Bulldog” (l'originale è del 1969, album “Yellow Submarine”), resa decisamente più grezza sia dal nuovo sound molto più pesante che dalla voce di Alice Cooper, accompagnato da niente meno che Steve Vai alla chitarra, l'ex Guns N' Roses Duff McKagan (ora nei Velvet Revolver) e Mikkey Dee, il mostro della batteria dietro le pelli dei Motorhead! Con un cast del genere non poteva che risultare un gioiellino.

Eric Singer (Kiss, Alice Cooper) sostituisce picchiando sulla batteria l'aereo che decolla all'inizio di “Back In The U.S.S.R.” (1968, dall'album “The Beatles” conosciuto anche come “White Album”; dal suo soprannome i Metallica presero spunto per “Metallica” del 1991, poi soprannominato “Black Album”), mentre la voce distrutta dall'acool e dal fumo di Lemmy (Motorhead) imbastardisce la canzone a puntino e John 5 (ex-Marilyn Manson, Rob Zombie) ci dà dentro di brutto come non mai con la chitarra. Ancora una volta grandi musicisti e grandi risultati.

Segue una vellutata “Lucy In The Sky With Diamonds” meno in acido dell'originale (dal famosissimo “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” del 1967) ad opera del grande Geoff Tate (Queensryche) alla voce, degli -forse troppo- straripanti Michael Wilton (Queensryche) e Craig Goldy (Dio) alle chitarre, Rudy Sarzo (Dio) al basso, Simon Wright (Queensryche) alla batteria e Scott Warren (Dio) alle indispensabili tastiere. Ricordate il discorso sulle cover fatto prima? Ecco, questa canzone cade all'80% fra le cover inutili.

L'orientaleggiante trip di “Tomorrow Never Knows” (da “Revolver”, 1966) viene irrobustito fino a renderlo quasi irriconoscibile dalla premiata ditta Billy Idol, Steve Stevens (alle chitarre dalla Billy Idol Band; cercate i lavori di questo tizio! Ad esempio “Atomic Playboys”!), Blasko (che suona il basso con Ozzy Osbourne e non c'entra niente con quel pessimo di Vasco!) e Brian Tichy (batterista di Billy Idol). Gradevole.

La scanzonata “Magical Mistery Tour” (dall'omonimo album del 1967) viene brutalmente storpiata dagli sbrodolamenti chitarristici di Yngwie Malmsteen. Peccato, perché l'impatto generale è ottimo e i musicisti sono di primo ordine: Jeff Scott Soto alla voce (Yngwie Malmsteen, Soul Sirkus, Journey, W.E.T., Talisman... quest'uomo è peggio del prezzemolo!), Bob Kulick alla chitarra ritmica (Meat Loaf, Paul Stanley), Jeff Pilson al basso (Dokken, Foreigner) e Frankie Banali alla batteria (W.A.S.P., Quiet Riot). Sufficienza, anche per l'inutile allungamento del pezzo sempre dovuto alle manie di protagonismo di Malmsteen.

Applausi invece per “Revolution” (singolo del 1968 assieme a “Hey Jude”), brillantemente riletta in stile blues da Billy Gibbons (voce e chitarra degli ZZ Top), Vivian Campbell (chitarrista dei Def Leppard), Mike Porcaro (bassista dei Toto), Greg Bissonette (batterista di David Lee Roth e Ringo Starr) e Joe Fazzio (dai Superjoint Ritual; anche lui alla batteria?!).

Tutti a scapellare alla grande con “Day Tripper” (dal singolo “Day Tripper/We Can Work It Out” del 1965), divertimento assicurato grazie alle voci di Jack Blades (Night Ranger, Damn Yankees) e di Tommy Shaw (Styx, Damn Yankees), alla chitarra grassa di Doug Aldritch (Whitesnake, Dio), al basso di Marco Mendoza (Whitesnake, Thin Lizzy) e alla batteria di Virgil Donati (Steve Vai, Soul Sirkus, Planet X).

La tranquillissima “I Feel Fine” (dal singolo “I Feel Fine/She's A Woman” del 1964) viene con grande gioia delle nostre orecchie terremotata da John Bush (voce degli Anthrax), Stephen Carpenter (Deftones), Mike Inez (bassista di Ozzy Osbourne ed Alice In Chains) e John Tempesta (batterista dei The Cult e dei Testament), diventando un pezzo punkeggiante decisamente atomico!

La bellissima “Taxman” (da “Revolver”) a mio parere non riesce molto bene a causa della voce particolare di Doug Pinnick dei Kings X, perché il reparto musicale è ottimo: addirittura Steve Lukather dei Toto alla chitarra, il Tony Levin di John Lennon e Peter Gabriel al basso e Steve Ferrone di Eric Clapton e Tom Petty alla batteria! Però questa critica è dovuta a un parere personale assolutamente soggettivo, quindi bellissima cover!

A mio parere però la cover meglio riuscita del disco è quella di “I Saw Her Standing There” (dal disco d'esordio dei Beatles “Please Please Me” del 1963): un tornado rock 'n' roll ad opera di gente che conosce bene il genere! Sto parlando di un John Corabi (ex voce dei Motley Crue e dei The Scream, ora militante negli Union) ispiratissimo, un Phil Campbell (chitarrista nei Motorhead) che “cosa ve lo dico a fare”, un CC Deville straripante (chitarrista dei Poison), un Chris Chaney che è un metronomo (bassista dei Jane's Addiction) e un Kenny Aronoff indemoniato (batterista di Bon Jovi e Smashing Pumpkins)! Da orgasmo!

Tim Owens (ex Judas Priest, ex Iced Earth, ora solista), George Lynch (chitarra di Dokken e Lynch Mob), Bob Kulick, Tim Bogart (bassista dei Vanilla Fudge e di Beck Bogert & Appice) e Chris Slade (batterista negli AC/DC) ci propongono un'ottima versione più corta e dalle vocals 'judaspriestiane' dei “Hey Jude” (dal singolo “Hey Jude/Revolution”).

In chiusura troviamo una spettacolare “Drive My Car” (da “Rubber Soul” del 1965) firmata Kip Winger (Winger), Bruce Kulick (chitarrista nei Kiss e nei Grand Funk), Tony Franklin (bassista di The Firm e Whitesnake) e Aynsley Dunbar (batterista nei Whitesnake e nei Journey), che vi farà muovere il culo peggio dell'originale! Chiusura col botto!

Di solito i tributi non mi piacciono perché spesso risultano -ironia della sorte- fini a se stessi, ma qui la situazione è diversa: la musica coverizzata è fra le migliori, se non LA migliore, gli artisti coinvolti sono il top del top e il risultato è semplicemente da encomiare (certo, sarebbe stata gradita una cover di “Helter Skelter” o di “Eleanor Rigby”, ma vabé...).

Se i Beatles fossero nati oggi, probabilmente alcuni dei loro pezzi sarebbero stati così, fidatevi.


Da oggi su queste pagine virtuali leggerete anche recensioni di film a tematica rock/metal! Contenti, vero?

La pellicola che prenderemo in esame per prima è “Metal: A Headbanger's Journey”, un film documentario ad opera del bravissimo regista Sam Dunn che ci accompagnerà passo dopo passo alla scoperta delle radici, delle mode, dello stile di vita e, ovviamente, dei generi della nostra musica preferita: il metal!

Dunn è laureato in antropologia, cosa che renderà il documentario ancora più interessante, presentandoci i vari argomenti da punti di vista decisamente intelligenti. Dopo il successo ottenuto da questa sua prima opera, ha diretto anche “Global Metal”, una specie di seguito interessantissimo che si occupa del rapporto fra il metal e le popolazioni del mondo, e il DVD degli Iron Maiden “Flight 666”.

Dopo averci parlato delle radici storiche del metal e del rock (partendo addirittura da Wagner!), verranno esaminati i vari generi e sotto-generi con tanto di interessantissima mappa concettuale: dal rock classico fino ad arrivare alle soluzioni più moderne, con un occhio di riguardo alla controversa scena black norvegese. C'è persino un capitolo sulle groupie!

Moltissimi sono i musicisti intervistati: il serioso Tony Iommi, l'amabile Ronnie James Dio, il simpaticissimo Bruce Dickinson, il ridicolo Gaahl, gli Slipknot, Dee Schnider e il suo imperdibile racconto (Metal contro P.M.R.C. nel capitolo sulla censura!), i tragicomici Mayhem, i sempliciotti Cannibal Corpse, l'affascinante Doro Pesch, gli Slayer, il grande Alice Cooper, il sempreverde Lemmy, le Girlschool... davvero tantissima bella (e brutta) gente del mestiere!

Altra cosa molto importante: Dunn non è uno di quei sapientoni che credono di avere la verità in mano, ma viaggia in giro per il mondo raccogliendo testimonianze di artisti e di fans (che hanno un capitolo dedicato), evitando di proporvi un'analisi già “digerita” per farvi arrivare da soli alle vostre conclusioni (memorabile la frase con cui chiude il film, attorniato da una folla impazzita al Wacken Open Air festival con in sottofondo il bridge di Master Of Puppets: “Se il metal non vi dà quella straripante botta di energia e non vi fa drizzare i peli del collo, potrebbe non farlo mai. E sapete una cosa? E' OK, perché a giudicare dai 40.000 metallari attorno a me, stiamo benissimo anche senza di te.”). Oltretutto, la regia è ottima, proponendo un viaggio snello, divertente, appassionante da seguire e a tratti anche evocativo: ci sono alcuni scorci della Danimarca da togliere il fiato.

Unico problema: “Metal: A Headbanger's Journey” non è mai arrivato in Italia, quindi è in inglese.

Da qualche parte in giro per la rete dovreste riuscire a trovare dei sottotitoli in italiano: trovateli, non vi potete perdere questo spettacolo!


lunedì 4 gennaio 2010

C'erano una volta i quasi inventori del thrash.
"Ma come?! Non erano i Metallica gli inventori del thrash?!"
Ho detto "quasi": gli Exodus fra i membri fondatori annoveravano Kirk Hammett (che poi li abbandonò per saltare sul carro dei vincitori, i Metallica) e iniziarono a... "inventare" uno o due anni prima dei 'tallica. Ma furono surclassati dalla classe compositiva di Hetfield, Mustaine, Burton e Ulrich, che arrivarono prima al successo.
Gli Exodus vengono ritenuti da molti come gli unici veri thrashers, per via del loro stile diretto e senza compromessi.
Con la storica formazione Paul Baloff (voce - RIP 2001), Gary Holt (chitarra), Rick Hunolt (chitarra), Tom Hunting (batteria) e Rob McKillop (basso) incisero il leggendario "Bonded By Blood" nel 1985, divampando nel mercato mondiale.
"Giusto, il loro album storico è Bonded By Blood! Che ci frega di Fabulous Disaster?!"
Appunto, "Bonded By Blood" non ha bisogno di presentazioni perché lo conoscono tutti, mentre "Fabulous Disaster" è un album per certi versi migliore di cui pochissimi sono a conoscenza.
Già dal secondo disco, "Pleasures Of The Flesh" (poche idee sfruttate maluccio e peggiorate da una produzione pessima) del 1987, cambia la formazione: Paul Baloff viene sostituito per motivi di esuberanza alcoolica da Steve 'Zetro' Souza (prima nei Testament, nei quali lasciò il posto a Chuck Billy): ciò permette di fare un passo avanti in termini musicali, pur non rinunciando allo stile vocale inaugurato da Baloff.
Il seguente "Fabulous Disaster" incarna liricamente e musicalmente la filosofia degli Exodus contenuta nella frase 'Good Friendly Violent Fun': tanta musica potente, diretta, violenta e dannatamente divertente. I concerti degli Exodus erano famosi perché i fan, alla richiesta del singer di turno di sfasciare tutto, sfasciavano DAVVERO tutto. Per questo gli unici posti in cui suonavano a inizio carriera erano barbecue sulla spiaggia o feste in giardino. Quando la canzone "Bonded By Blood" recitava 'there's blood upon the stage', non era una metafora.
Tornando alla musica, mentre il loro debut album era sì bello, ma altrettanto difficile da digerire tutto d'un fiato, questo terzo lavoro scorre via che è un piacere senza rinunciare a nulla. La produzione è pulita e scintillante, capace di far risaltare ogni singola nota senza compromettere la violenza del prodotto finale.
"The Last Act Of Defiance" parte con un'invettiva parlata contro l'inefficienza del sistema carcerario (e credetemi, dopo aver studiato per l'esame di criminologia ne so qualcosa: sono parole sante) e poi carica con la classica ritmica thrash cassa-rullante per tre minuti al cardiopalma.
"Fabulous Disaster" è un'altra sferzata di rabbia ad opera di un riff che non si può definire in altro modo se non 'massiccio e dissonante' seguito da un cambio ti tempo e un secondo riff da antologia.
Il vero traino del disco è però la fantastica "The Toxic Waltz", che ricevette anche un airplay decente su MTV. Ho scoperto quest album proprio grazie a questa canzone, che colpisce sin dal primo ascolto: impossibile non dimenarsi durante il ritornello! Pazzesca e dal finale cadenzato semplicemente perfetto!
Ed ecco il pezzo anomalo! "Low Rider" è, anche grazie al suo coinvolgente campanaccio, una mosca bianca nel repertorio Exodus, un raro esempio di thrash 'per tutti' come non ne comporranno più.
Più o meno lo stesso discorso vale per la paludosa "Cajun Hell": atmosfere blues e country in una canzone thrash?! Cazzo, sì!!!
Con la lunga "Like Father, Like Son" si torna su sonorità standard: otto minuti di delirio metallico vecchio stile ricco di cambi di tempo e grandi idee.
Se cercavate la cattiveria tipica degli Exodus di quel periodo, eccovel aservita su un piatto d'argento con "Corruption". In questo disco holt e Hunolt sono davvero in stato di grazia! Riescono a intrecciare assoli e riff da antologia come se niente fosse!
La cavalcata continua con la spiazzante "Verbal Razors", quattro minuti in cui vi sentirete come una lumaca senza guscio nel tunnel del vento. Non so se ho reso l'idea, ma il riff è da applausi.
Escludendo l'ottima cover bonus degli AC/DC, "Overdose", l'album si chiude con "Open Season": ancora una volta niente rifiniture, niente fronzoli, solo thrash metal spappola-timpani dal produttore al consumatore!
Purtroppo il successivo album "Impact Is Imminent", pur avendo dei buoni spunti, non è al livello del blasonato predecessore: in esso così come in "Force Of Habit" assistiamo a un incattivimento del sound fine a se stesso, non accompagnato dalla ricerca di nuove soluzioni. Poi gli Exodus spariscono dalle scene (problemi con la label) fino al 2004, in cui ritornano con il violentissimo "Tempo Of The Damned" , per poi proseguire sostituendo Rob Dukes a Zetro (senza parlare degli stravolgimenti del resto della formazione, l'unico membro fisso rimane Holt) e pubblicando gli ancor più violenti "Shovel Headed Kill Machine" (2005) e "The Atrocity Exhibition: Exhibit A" (2007), dal dubbio valore artistico e dal sicuro valore commerciale.
In conclusione, aspettando "The Atrocity Exhibition: Exhibit B", che a detta dello stesso Holt sarà meno pesante della prima parte, andate a rispolverare questo vecchio, piccolo capolavoro rispondente al nome di "Fabulous Disaster".