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venerdì 8 gennaio 2010

Ultimamente mi è venuto lo schizzo per i Beatles e, oltre ad aver riscoperto molti dei loro brani storici, ho scovato questo irresistibile album tributo pieno zeppo di firme prezzolate!

Uscito oramai ben quattro anni fa, “Butchering The Beatles” (letteralmente “Macellando i Beatles”; la copertina riprende quella di “Yesterday And Today”) contiene dodici classici riarrangiati in chiave hard rock con un risultato esaltante!

Nessuno dei brani originali è stato snaturato, ma anzi se vi piace il rock pesante (quasi) tutti hanno ottenuto una marcia in più. Io sulle cover la penso così: è inutile una cover uguale per il 99% al brano originale, che senso ha? A quel punto mi ascolto l'originale! Quindi ben vengano sperimentazioni, divagazioni, masturbazioni ecc, basta che ovviamente il risultato finale non sia una cagata.

Ad aprire le danze c'è “Hey Bulldog” (l'originale è del 1969, album “Yellow Submarine”), resa decisamente più grezza sia dal nuovo sound molto più pesante che dalla voce di Alice Cooper, accompagnato da niente meno che Steve Vai alla chitarra, l'ex Guns N' Roses Duff McKagan (ora nei Velvet Revolver) e Mikkey Dee, il mostro della batteria dietro le pelli dei Motorhead! Con un cast del genere non poteva che risultare un gioiellino.

Eric Singer (Kiss, Alice Cooper) sostituisce picchiando sulla batteria l'aereo che decolla all'inizio di “Back In The U.S.S.R.” (1968, dall'album “The Beatles” conosciuto anche come “White Album”; dal suo soprannome i Metallica presero spunto per “Metallica” del 1991, poi soprannominato “Black Album”), mentre la voce distrutta dall'acool e dal fumo di Lemmy (Motorhead) imbastardisce la canzone a puntino e John 5 (ex-Marilyn Manson, Rob Zombie) ci dà dentro di brutto come non mai con la chitarra. Ancora una volta grandi musicisti e grandi risultati.

Segue una vellutata “Lucy In The Sky With Diamonds” meno in acido dell'originale (dal famosissimo “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” del 1967) ad opera del grande Geoff Tate (Queensryche) alla voce, degli -forse troppo- straripanti Michael Wilton (Queensryche) e Craig Goldy (Dio) alle chitarre, Rudy Sarzo (Dio) al basso, Simon Wright (Queensryche) alla batteria e Scott Warren (Dio) alle indispensabili tastiere. Ricordate il discorso sulle cover fatto prima? Ecco, questa canzone cade all'80% fra le cover inutili.

L'orientaleggiante trip di “Tomorrow Never Knows” (da “Revolver”, 1966) viene irrobustito fino a renderlo quasi irriconoscibile dalla premiata ditta Billy Idol, Steve Stevens (alle chitarre dalla Billy Idol Band; cercate i lavori di questo tizio! Ad esempio “Atomic Playboys”!), Blasko (che suona il basso con Ozzy Osbourne e non c'entra niente con quel pessimo di Vasco!) e Brian Tichy (batterista di Billy Idol). Gradevole.

La scanzonata “Magical Mistery Tour” (dall'omonimo album del 1967) viene brutalmente storpiata dagli sbrodolamenti chitarristici di Yngwie Malmsteen. Peccato, perché l'impatto generale è ottimo e i musicisti sono di primo ordine: Jeff Scott Soto alla voce (Yngwie Malmsteen, Soul Sirkus, Journey, W.E.T., Talisman... quest'uomo è peggio del prezzemolo!), Bob Kulick alla chitarra ritmica (Meat Loaf, Paul Stanley), Jeff Pilson al basso (Dokken, Foreigner) e Frankie Banali alla batteria (W.A.S.P., Quiet Riot). Sufficienza, anche per l'inutile allungamento del pezzo sempre dovuto alle manie di protagonismo di Malmsteen.

Applausi invece per “Revolution” (singolo del 1968 assieme a “Hey Jude”), brillantemente riletta in stile blues da Billy Gibbons (voce e chitarra degli ZZ Top), Vivian Campbell (chitarrista dei Def Leppard), Mike Porcaro (bassista dei Toto), Greg Bissonette (batterista di David Lee Roth e Ringo Starr) e Joe Fazzio (dai Superjoint Ritual; anche lui alla batteria?!).

Tutti a scapellare alla grande con “Day Tripper” (dal singolo “Day Tripper/We Can Work It Out” del 1965), divertimento assicurato grazie alle voci di Jack Blades (Night Ranger, Damn Yankees) e di Tommy Shaw (Styx, Damn Yankees), alla chitarra grassa di Doug Aldritch (Whitesnake, Dio), al basso di Marco Mendoza (Whitesnake, Thin Lizzy) e alla batteria di Virgil Donati (Steve Vai, Soul Sirkus, Planet X).

La tranquillissima “I Feel Fine” (dal singolo “I Feel Fine/She's A Woman” del 1964) viene con grande gioia delle nostre orecchie terremotata da John Bush (voce degli Anthrax), Stephen Carpenter (Deftones), Mike Inez (bassista di Ozzy Osbourne ed Alice In Chains) e John Tempesta (batterista dei The Cult e dei Testament), diventando un pezzo punkeggiante decisamente atomico!

La bellissima “Taxman” (da “Revolver”) a mio parere non riesce molto bene a causa della voce particolare di Doug Pinnick dei Kings X, perché il reparto musicale è ottimo: addirittura Steve Lukather dei Toto alla chitarra, il Tony Levin di John Lennon e Peter Gabriel al basso e Steve Ferrone di Eric Clapton e Tom Petty alla batteria! Però questa critica è dovuta a un parere personale assolutamente soggettivo, quindi bellissima cover!

A mio parere però la cover meglio riuscita del disco è quella di “I Saw Her Standing There” (dal disco d'esordio dei Beatles “Please Please Me” del 1963): un tornado rock 'n' roll ad opera di gente che conosce bene il genere! Sto parlando di un John Corabi (ex voce dei Motley Crue e dei The Scream, ora militante negli Union) ispiratissimo, un Phil Campbell (chitarrista nei Motorhead) che “cosa ve lo dico a fare”, un CC Deville straripante (chitarrista dei Poison), un Chris Chaney che è un metronomo (bassista dei Jane's Addiction) e un Kenny Aronoff indemoniato (batterista di Bon Jovi e Smashing Pumpkins)! Da orgasmo!

Tim Owens (ex Judas Priest, ex Iced Earth, ora solista), George Lynch (chitarra di Dokken e Lynch Mob), Bob Kulick, Tim Bogart (bassista dei Vanilla Fudge e di Beck Bogert & Appice) e Chris Slade (batterista negli AC/DC) ci propongono un'ottima versione più corta e dalle vocals 'judaspriestiane' dei “Hey Jude” (dal singolo “Hey Jude/Revolution”).

In chiusura troviamo una spettacolare “Drive My Car” (da “Rubber Soul” del 1965) firmata Kip Winger (Winger), Bruce Kulick (chitarrista nei Kiss e nei Grand Funk), Tony Franklin (bassista di The Firm e Whitesnake) e Aynsley Dunbar (batterista nei Whitesnake e nei Journey), che vi farà muovere il culo peggio dell'originale! Chiusura col botto!

Di solito i tributi non mi piacciono perché spesso risultano -ironia della sorte- fini a se stessi, ma qui la situazione è diversa: la musica coverizzata è fra le migliori, se non LA migliore, gli artisti coinvolti sono il top del top e il risultato è semplicemente da encomiare (certo, sarebbe stata gradita una cover di “Helter Skelter” o di “Eleanor Rigby”, ma vabé...).

Se i Beatles fossero nati oggi, probabilmente alcuni dei loro pezzi sarebbero stati così, fidatevi.

domenica 3 gennaio 2010

In arrivo a sorpresa dalla Svezia gli H.E.A.T., cinque ragazzi sconosciuti che hanno ricevuto consensi più o meno dappertutto. Kenny Leckremo ha una voce fantastica, Dave Dalone ed Eric Rivers riescono a costruire riff e a intessere assoli degli delle migliori band degli anni '80, Jimmy Jay è semplice e preciso al basso, Jona Tee fa il suo dovere alle tastiere e Crash è un batterista fantasioso e nostalgico allo stesso tempo.
Vincitori del festival Musik Direkt del 2004, equivalente moderno di quel Rock SM riservato a giovani band svedesi che poco più di venti anni fa aveva lanciato gli Europe, hanno già aperto concerti per mostri sacri del rock come Alice Cooper, Toto ed Hanoi Rocks (con un album del genere c'era da aspettarselo).
Dopo un'occhiata alla copertina tanto scontata quanto ispirata, la breve "Intro" vi dà letteralmente il benvenuto a bordo del volo 'H.E.A.T.' per poi subito decollare con la spettacolare "There For You", cori a palla e assolo indimenticabile. Se siete di quei rocchettari che rimpiangono ancora le melodic rock bands che hanno fatto fuoco e fiamme negli anni '80, questo è l'album DEFINITIVO per voi. Già dalla prima canzone l'atmosfera è al massimo, il sentimento trasuda da ogni nota e nulla è superfluo: ogni cosa è al suo posto in questo fantastico disco!
Segue la più ritmata “Never Let Go”, altro gioiello di indescrivibile bellezza che vi farà gasare come solo alcuni vecchi classici degli eighties avrebbero potuto. Grandissima prova vocale a sottolineare la performance.
“Late Night Lady” sembra scritta dai Danger Danger del periodo d'oro: blues rock d'eccezione corredato dall'ennesimo ritornello strappa orecchie, uno dei migliori dell'album.
Indescrivibilmente bella anche la successiva “Keep On Dreaming”, a metà fra Vixen e Journey, scritta apposta per fare strage di ugole in sede live. Il suo riff pacchianissimo sorretto da synth è tanto semplice quanto impossibile da dimenticare (sono giorni che la canticchio ovunque!).
“Follow Me” è la classica power ballad sexy di quelle che tutti definiscono “scontata”, ma pochi riescono a comporre!
Beat incalzante e coro da cantare sotto la doccia sono i trademark di “Straight For Your Heart”, molto più decisa delle canzoni sentite finora e sicuramente fra le più riuscite.
L'unico paragone che mi viene per “Cry” è “Carrie” degli Europe: riff lento lento e dolce dolce, ma con la sua bella dose di malinconia e chorus da applausi.
Si torna a viaggiare su ritmi più sostenuti grazie a “Feel It Again”, che inizialmente potrebbe sembrare fin troppo simile ai due pezzi precedenti, ma che poi si sviluppa sbattendovi in faccia il suo DNA sessuale e cazzutissimo.
Ritmo! Ritmo e atmosfera! Solo questo vi serve sapere per inquadrare “Straight Up”, ennesimo pezzone impreziosito da un tappeto di tastiera molto bluesy.
“Bring The Stars” è carica come una molla e vi esploderà in faccia con l'ennesimo ritornello perfetto.
“You're Lying” sembra scritta dal David Coverdale più ispirato: vince la palma del miglior pezzo del disco ad occhi chiusi. Su youtube è reperibile l'outtake "Fill Your Head With Rock".
Si chiude con la strabordante “Feel The Heat”. Non serve che ve la descriva, tanto avete capito l'antifona.
Come ho già detto sopra, non una nota fuori posto, assoli ispiratissimi e perfetti, vocals e ritornelli da orgasmo incontrollato... questi cinque ragazzi saranno anche gli ultimi arrivati e potrebbero essere accusati di scarsa originalità, ma dopo tutto chi è originale al giorno d'oggi? E se siete di quei soggetti che snobbano dischi del genere solo perché si definiscono “metallari” e non accettano nulla che non sia violento e brutale, allora lasciatevelo dire: non capite una mazza perché vi state perdendo uno dei dischi di rock melodico meglio riusciti degli ultimi trent'anni.
Ordinate gli H.E.A.T e conservate il CD con cura.
All'indirizzo http://www.heatsweden.com troverete il loro sito ufficiale, molto utile per seguire i progressi di questi fantastici ragazzi.
Passo e chiudo.

Non essendo reperibili video decenti delle canzoni di questo album, vi propongo la loro esibizione nella finale del Melodifestival nel 2009 a Stoccolma. Il titolo della canzone è "1000 Miles" ed è stata rilasciata come singolo.

domenica 27 dicembre 2009

Finalmente m'è arrivato il disco della band corrispondente alla "T" dei "W.E.T.", i rocker svedesi Talisman. Scusate per l'attesa e sotto con storia della band e recensione di questo piccolo capolavoro rispondente al nome di "Humanimal"!
I Talisman nascono nella metà degli anni '80 per volontà del bassista Marcel Jacob, che ha lavorato assieme ad artisti del calibro di Yngwie Malmsteen e John Norum.
Assoldato il grande Jeff Scott Soto al microfono (gli altri membri della band non sono mai stati fissi, praticamente; per ulteriori informazioni andate qui), i Talsiman nel 1990 danno alle stampe il loro omonimo debutto: grazie a canzoni come "Break Your Chains" ed "I'll Be Waiting" la band inizia a farsi un nome e, nonostante l'album sia ottimo, ancora non si intravede un sound originale e preciso. Nel successivo "Genesis" del 1993 invece si iniziano ad affinare le caratteristiche vincenti del gruppo, che però esploderanno in tutta la loro potenza solo nel successivo "Humanimal". Avrete notato quel "part 1 & 2" nel titolo della recensione: l'album per il mercato giapponese fu rimaneggiato e alcuni pezzi presenti nell'originale furono sostituiti con delle canzoni originariamente scartate (i Talisman registrarono e mixarono ben 22 canzoni in 22 giorni!). Successivamente, oltre all'album principale, è stato fatto uscire la "Part 2" contenente le canzoni extra del mercato giapponese e, recentemente, l'album è stato ristampato in due dischi che contengono entrambe le parti.
Dicevamo della svolta nel sound: lasciandosi alle spalle echi talvolta pomposamente malmsteeniani, i Talisman ci propongono un hard rock fresco, frizzante, a tratti funk e dalla melodicità di sicura presa grazie a dei ritornelli perfetti.
In apertura al disco uno troviamo la favolosa "3233 + Colour My XTC" (dove "XTC" sta per "Ecstasy", se leggete le lettere con la pronuncia inglese) col suo delizioso arpeggio che ben presto sfocia in un funk 'n' roll di primissima qualità.
"Fabricated War" è molto più orientata verso il rock classico, ma non per questo è meno riuscita, ricca com'è di carica adrenalinica.
Groove a palate con "Tainted Pages", caratterizzata da ritmi più ragionati che permettono di cogliere tutte le sfumature di un pezzo frizzante e allo stesso tempo, in un certo senso, più cupo.
"TV Reality" spiazza sin dalla particolarissima partenza e dopo l'intro dirompe in tutta la sua potenza. Per fare un paragone, ricorda alcuni pezzi dei Living Colour (non sapete chi sono?! Vergogna! Filate a comprare i loro primi tre album!).
"Seasons" è un concentrato di emozioni incorniciato da un riff maturo costruito ad arte.
E' l'ora della ballata con "All+All", ovviamente dolcissima e pienamente nei canoni del genere rock ballad. Plauso a Soto per l'interpretazione vocale molto articolata e mai scontata.
Ci rituffiamo a piombo nel funk più sessuale ascoltando "D.O.A.P.S.", carica come una molla ed esplosiva nel suo assolo semplice e diretto.
Se nei Talisman c'è anche un po' di cattiveria, di sicuro è pienamente rappresentata da "Blissful Garden", oscura e trascinante, nonché uno degli episodi più originali del disco.
"Lonely World" scoppia a tutta birra dando un ottimo esempio di mix bilanciato fra rock veloce, A.O.R. e funk. Esaltante.
Con "Delusion Of Grandeur" siamo su livelli altissimi che rivelano in toto le incredibili capacità compositive e l'inventiva della band.
"Since You've Gone" è ovviamente la seconda ballad, acustica, più triste e decisamente più riuscita di "All+All".
"Humanimal" fa venire subito (ma proprio subito subito) in mente gli Scorpions. E, diamine, non è un male! Il pezzo è super carico e decisamente azzeccato.
In chiusura del primo CD, cambio TOTALE di genere con la seguente "Doin' Time Wit' My Baby", una classica ballata rockabilly divertente e, nell'ambito del disco, rinfrescante.
La seconda parte si apre con l'hard rock trascinante di "Animal Ritual", più 'standard' rispetto a quanto sentito finora, ma anche pezzo fra i più riusciti.
Prendete fiato per leggere il prossimo titolo: "You Cannot Escape From The Revelation Of The Identical By Seeking Refuge In The Illusion Of The Multiple" è un mid-tempo semi acustico ricco di sorprese che in due minuti fulminanti di mistura 'rock veloce-rock ballad-outro funk' vi introduce alla seguente "My Best Friend Girl", concentrato di solarità ad alto impatto.
Con "Dear God" ci si rivolge a Dio in modo semplice e trascinante, per poi passare a "Hypocrite", adrenalina pura ed ennesimo centro di questo fantastico album.
"Wasting R Time" non è una semplice canzone, è classe. Punto. E meno male che l'avevano scartata dall'album!
Altro titolo interminabile con "To Know Someone Deeply Is To Know Someone Softly", ballad anomala (e decisamente non perfetta) dal feeling vagamente etnico.
Si chiude con la tanto leggera quanto piacevole "Todo Y Todo".
Nel 1996, dopo una travagliata gestazione dovuta a problemi di mixing e di etichette, i Talisman pubblicano il valido "Life", album seguito da una pausa di tre anni in cui ogni membro ha perseguito i suoi interessi musicali e non. In questo periodo i Talisman non hanno supportato l'album con un tour, eccetto che aprendo alcuni concerti per Malmsteen.
Nel 1998 vede la luce"Truth", che contiene diverse cover (“Darling Nikki” di Prince, “Let me entertain you” dei Queen e “Frozen” di Madonna, che ottenne molto successo nei club tedeschi. Mah.) a cornice di un altro bel disco. Ancora niente tour di supporto.
Dopo parecchi casini che non vi sto a raccontare i Talisman pubblicano l'ottimo "Cats And Dogs" nel 2003 e il loro ultimo disco, "7" nel 2006.
Ad oggi la band si è sciolta e il 90% delle possibilità di reunion sembrano stroncate dopo il suicidio del quarantacinquenne Marcel Jacob (il 21 Luglio 2009), afflitto da problemi personali e di salute.
Suicidio che si va ad aggiungere alla lunga lista di morti e suicidi illustri avvenuti nel mondo del rock negli ultimi due anni (ricordiamo fra tutti Kevin DuBrow, cantante dei Quiet Riot morto d'overdose, e Pepsi Tate, bassista dei Tigertailz stroncato da un cancro al pancreas).
L'unica cosa che può consolare è che la vita è fugace, mentre la musica è eterna. E per fortuna questi artisti ci hanno lasciato tanta buona musica.
lunedì 23 novembre 2009

Proseguiamo ad analizzare le origini dei W.E.T. analizzando la "E.". E' la volta degli Eclipse, svedesi come i Work Of Art e come loro sotto contratto con la Frontiers. Stavolta però il sound preso in esame è decisamente più duro e diretto: scordatevi Journey e Toto, stavolta le prime cose che vengono alla mente sono Bon Jovi, Europe, Whitesnake, insomma tutto l'hard rock più duro e diretto.
Erik Martensson (voce, chitarra, basso e tastiere! Poi anche nei W.E.T.), Magnus Enriksson (chitarra), Johan Berlin (tastiere) e Robert Back (batteria) esordiscono nel 2001 con l'autoprodotto e direttissimo "The Truth And A Little More", vengono notati dalla Frontiers che li mette sotto contratto e gli fa pubblicare "Second To None" nel 2004, che però si rivela di minore levatura pur essendo un album gradevole.
Nel 2008 arriva "Are You Ready To Rock". Cazzo se sono pronto! Con un album del genere, poi! Rispetto al lavoro precedente si preferisce schiacciare l'acceleratore piuttosto che puntare esclusivamente sulla melodia, e come risultato si hanno undici canzoni semplicemente da pazzi! Davvero, si potrebbe estrarre un singolo con ogniuna di esse! Martensson ha una voce spettacolare, capace di regalare sempre la sensazione giusta al momento giusto come solo i grandi cantanti sanno fare, Enriksson ci dà dentro come un pazzo, Back picchia sodo e Berlin vi avvolgerà con i suoi tappeti melodici.
"Breaking My Heart Again" è semplicemente da orgasmo. Riffone hard rock degno dei migliori anni ottanta, assolone e chiusura collegata con la martellante "Hometown Coming", secondo spettacolare episodio a base di grandi cori, ritornello strapa orecchie e di nuovo un riff bruciante. Solo spot carico di adrenalina in cui Enriksson ricorda molto Malmsteen, ma per fortuna risulta meno orpelloso.
"To Mend A Broken Heart" porta subito alla mente gli Europe, pur discostandosene con un riff decisamente granitico che fa esplodere la sua carica in un ritornello fantastico studiato per i concerti.
"Wylde One" è un'esplosione di adrenalina a duecento all'ora di quelle che ti fanno scapocciare dal primo all'ultimo secondo. Mi è venuta anche voglia di birra! Mentre la vado a stappare parte "Under The Gun" (e basta con questo titolo! Oramai è inflazionato!), incipit classicheggiante simil vinile e deflagrazione devastante che prorompe nel riff più malmsteeniano dell'album. Una cavalcata epica condita da un ritornello epico e farcita di assoli molto vecchio stile.
Groove a manetta e chitarrone heavy per "Unbreakable", molto più melodica rispetto alle canzoni precedenti. Un gradito rallentamento che permette di riorganizzare le idee, anche se come risultato complessivo ci siamo a metà.
Si riparte in picchiata al ritmo forsennato di "Hard Time Loving You", che non dà nemmeno il tempo di respirare tanto è serrata e compatta. Da notare l'assolo 'impazzito' che richiama alla mente la N.W.O.B.H.M. con le sue twin guitars che si inseguono e si intrecciano.
Colpi d'arma da fuoco ci introducono a "Young Guns", movimentata e dalle atmosfere a metà fra Europe e il Malmsteen di "Eclipse", ma con un riffing decisamente più moderno. Il ritornello ricorda anche band come Danger Danger, giusto per chiarire di che tipo di sound stiamo parlando. Confusi, eh? Come sono perfido.
"Million Miles Away" torna sul classico hard rock melodico, rivelandosi trascinante ed ispiratissima, uno degli episodi migliori dell'album, così come la bellissima "2 Souls" col suo riff semplicemente magnifico e il suo ritornello realizzato ad arte.
Si chiude il sipario con "Call Of The Wild", pezzo che vanta il riff d'apertura più geniale di tutto il disco e riesce ad esaltare l'ascoltatore fino all'ultimo millesimo di secondo.
Ora sì che si inizia a capire da dove è uscito "W.E.T."! Alla prossima per la recensione dell'ultima lettera dell'acronimo con i Talisman!
domenica 22 novembre 2009

Ennesimo supergruppo nell'esercito della Frontiers, i W.E.T. sono composti da Robert Sall, chitarrista dei Work Of Art (ovvero la "W." del nome), Erik Martensson, bassista degli Eclipse (la "E.") e niente di meno che Jeff Scott Soto, che ha prestato la voce a innumerevoli artisti (Journey, Panther, Trans Syberian Orchestra, Takara, Human Clay, Axel Rudi Pell, Humanimal, Yngwie Malmsteen, Eyes,...) e ultimamente milita nei Talisman (la "T.").
Questo primo lavoro dei W.E.T. si rivela la sorpresa dell'anno, uno di quei dischi che non ti aspetti e che ti stendono sin dal primo ascolto. Certo, troverete sempre in giro i soliti criticoni che volevano di più, che se la prendono con l'eccessiva modernità del sound, che boicottano i W.E.T. per il solo status di super gruppo.
Lasciateli perdere, "W.E.T." è un disco di hard rock melodico classico, ma ovviamente aggiornato agli standard odierni per quanto riguarda il sound e la produzione. L'esecuzione tecnica è superba, ma la tecnica è asservita totalmente al songwriting senza mai scadere in sbrodolamenti solisti. I W.E.T. sono una band, e il fatto di essere composti da tre forti individualità non pregiudica il risultato finale, che ne esce fuori compatto ed omogeneo.
"E' il disco che avrei realizzato coi Journey se fossi rimasto con loro", questa dichiarazione di Soto riassume benissimo quello che ho cercato finora di spiegare con mille parole.
E' incredibile come un progetto nato in sordina e quasi per scherzo si sia rivelato la pietra miliare dell'A.O.R. di annata 2009.
Lasciatevi rapire dalla classe della copertina e schiacciate play, basteranno i primi tre pezzi per farvi capire il valore di questo album, altrimenti, se siete dei pignoli come il sottoscritto, siete avvertiti: non fermatevi al primo ascolto superficiale, la bellezza del disco vi apparirà in tutta la sua maestosità dal terzo in poi. Non che il disco sia difficile da comprendere, ma le sfaccettature del progetto sono molte. Analizziamole assieme.
"Invincible" è impossibile da non cantare a squarciagola, con la sua stesura ritmica non indifferente e la sua componente sinfonica che contribuisce a trascinare l'ascoltatore in un vortice la cui ciliegina sulla torta è l'assolo tanto semplice quanto raffinato, dalle tinte quasi classicheggianti. A proposito, ma da quanto tempo Soto non cantava così bene? Bentornato Jeff!
Segue il singolone "One Love" che, non vi preoccupate, non è una cover né degli U2 né dei Blue, ma una ballad semiacustica semplicemente travolgente che sa moltissimo di Journey. Una delle canzoni più belle mai cantate da Soto. Il ritornello è semplice semplice, ma dalla presa immediata.
"Brothers In Arms" ha un riff originale e un chorus fantastico che candidano la canzone alla palma di migliore episodio dell'album. Movimentata e d'atmosfera, insomma semplicemente perfetta.
Finita la tripletta bruciante di partenza, segue "Comes Down Like Rain", power ballad che permette di riprendere fiato con il suo ampio respiro e le sue atmosfere ovattate che solo nel ritornello cedono il passo a un'esplosione di sentimento da veri maestri.
"Running From The Heartache" è l'ideale fusione di Journey e Talisman. Ancora una volta atmosfera a palla di quelle che basta chiudere gli occhi per immaginarsi sul palco a cantare davanti a migliaia di persone. Non fatelo in macchina, potrebbe essere pericoloso.
Spettacolare anche "I'll Be There", nella quale si aumentano i ritmi ottenendo un pezzo che avrebbe fatto invidia ai migliori Danger Danger!
Per non parlare di "Damage Is Done"! Chitarre heavy e delicatissimo pianoforte vi introdurranno a un bridge cadenzato e a un chorus molto Europe. Pazzesco, siamo alla settima canzone e non c'è nemmeno l'ombra di una battuta di arresto! Non c'è una nota fuori posto, non c'è una canzone che non coinvolge o che non trascina!
Infatti si procede con la scoppiettante "Put Your Money Where Your Mouth Is", che ci mostra un Soto finalmente un po' più "incazzato" che ci accompagnerà nella traccia più classicamente hard rock di tutto il disco.
"One Day At A Time" è anch'essa una power ballad da far drizzare i peli, stavolta dal sapore molto Gotthard, per capirci. Tenete a portata di mano la morosa/il moroso o, se siete al concerto, glli accendini. Sconsigliatissima a chi si è appena lasciato con il fidanzato/la fidanzata.
Si torna a macinare hard rock con la bellissima "Just Go", sinfonica ed epica col suo riff a metà strada fra il primo Malmsteen e, ancora una volta, i Journey, ma con tanta energia in più.
"My Everything" vi scioglierà con le sue linee melodiche incantevoli e con l'incredibile prestazione di Soto. Se fosse uscita una trentina di anni fa probabilmente oggi sarebbe un classico che ha scalato le classifiche di tutto il mondo.
Chiusura affidata alla power ballad "If I Fall", di chiara matrice Journey sin dalle prime note. Diciamo che la dichiarazione di Soto citata prima era azzeccatissima.
Nemmeno una canzone brutta. Finalmente un 'appetite' (per chi non capisse, andatevi a leggere le prime righe della recensione di "Chinese Democracy" dei Guns N' Roses, pubblicata in maggio 2009).
Miglior disco del 2009? Forse. Miglior disco hard rock/A.O.R. del 2009? Sicuramente.
Fiondatevi a comprarlo, prima che finisca.
domenica 15 novembre 2009

E puntualmente eccoci qui con la recensione dell'ultimo live dei Mr. Big, l'esplosivo “Back To Budokan”, album celebrativo della reunion tanto attesa (edito dalla partenopea Frontiers, ormai attivissima nel campo del rock classico).
C'è poco da aggiungere rispetto a quanto detto nella recensione di “Lean Into It” per quanto riguarda notizie e curiosità. Il bassista Billy Sheehan in un'intervista a Metal Maniac ha raccontato di come la band abbia voluto aspettare il momento giusto per tornare insieme, facendolo nell'unico momento in cui non erano pressati dalle major. Gli antichi screzi fra i membri del gruppo avrebbero potuto riaccendere i vecchi fuochi che portarono allo scioglimento della formazione originale (con Paul Gilbert alla sei corde) se questa reunion non fosse nata nel modo più naturale possibile. Il disco che avete (o avrete) fra le mani è il frutto di jam session informali a cui hanno partecipato anche altri musicisti, fra cui Richie Kotzen, che aveva rimpiazzato Gilbert, e cene faccia a faccia per parlare del futuro del “Sig. Grande”. Sarà che ormai l'acqua è passata sotto i ponti, sarà che i quattro sono maturati nel frattempo, sarà quello che vi pare, il risultato è un live spettacolare per esecuzione e scelta della scaletta. Registrato in quel Budokan di Tokyo che aveva visto la loro ultima esibizione, questo ritorno non risulta totalmente perfetto, ma solo perché i Mr. Big hanno registrato nulla più che una esibizione spontanea e genuina, senza sovraincisioni: c'è la musica, c'è il pubblico ed è quanto basta. Non prendete le piccole imperfezioni (in realtà pochissime) come un pretesto per 'declassare' il disco, ma come l'umiltà di presentarsi al grande pubblico per quel che si è.
I grandi classici ci sono tutti, sparsi per i due lunghissimi CD, e c'è addirittura una sfavillante luce di speranza per il futuro, che ogni fan apprezzerà certamente: due nuovi pezzi proposti sia in sede live che in versione studio. “Hold Your Head Up” è moderna e allo stesso tempo ricorda il passato col suo riff molto Van Halen e il suo ritornello da stadio decisamente originale. Se fate parte degli irriducibili bacchettoni che non apprezzano la freschezza compositiva, non vi preoccupate, per voi c'è “Next Time Around”, classica a dir poco e che lascia promettere scintille nel caso di un nuovo album in studio (Sheehan ha detto che dopo la conclusione del tour vedranno come procedere).
Per quanto riguarda il resto dei pezzi dal vivo, non c'è che l'imbarazzo della scelta: date un'occhiata a fine recensione per la tracklist completa.
Sono presenti anche i classici 'solo spots' in cui Billy Sheehan, Paul Gilbert e Pat Torpey si esibiscono in tutta la loro mostruosa bravura. Segnalo soprattutto l'assolo di batteria di Torpey: è incredibile come riesca a portare un ritmo assurdo con le gambe, un altro ancor più assurdo con le braccia e a cantarci pure sopra! Semplicemente pazzesco. Non che gli assoli di basso e chitarra siano di minor levatura, ma le capacità di Sheehan e Gilbert sono certamente più di... 'dominio pubblico', concedetemi l'espressione.
Da segnalare anche una cover di “Baba O'Riley” (dei Who) decisamente sopra le righe.
Un live spettacolare che ci restituisce dei Mr. Big in forma smagliante e lascia intendere promettenti sviluppi futuri: che volete di più?

Tracklist:
CD 1
01 - Daddy, Brother, Lover, Little Boy (The Electric Drill Song)
02 - Take Cover
03 - Green-Tinted Sixties Mind
04 - Alive And Kickin'
05 - Next Time Around
06 - Hold Your Head Up
07 - Just Take My Heart
08 – Temperamental
09 - It's For You – Mars
10 – Pat Torpey Drum Solo
11 – Price You Gotta Pay
12 – Stay Together
13 – Wild World
14 – Goin' Where The Wind Blows
15 – Take A Walk

CD 2
01 – Paul Gilbert Guitar Solo
02 – Paul Gilbert & Billy Sheean Duo
03 – Double Human Capo
04 – The Whole World's Gonna Know
05 – Promise Her The Moon
06 – Rock & Roll Over
07 – Billy Sheehan Bass Solo
08 – Addicted To That Rush
(Encore 1)
09 – Introducing The Band
10 – To Be With You
11 – Colorado Bulldog
(Encore 2)
12 – Smoke On The Water
13 – I Love You Japan
14 – Baba O'Riley
15 – Shy Boy
Bonus Tracks:
16 – Next Time Around (Studio version)
17 – Hold Your Head Up (Studio version)
18 – To Be With You (Acoustic version)
lunedì 9 novembre 2009

A volte ritornano. A volte fanno di nuovo centro. A volte.
Settimo album in studio per i Danger Danger e ritorno alla voce per il frontman storico Ted Poley che sostituisce il (più?) bravo Paul Laine.
Rilasciato esattamente venti anni dopo la release del loro debutto, "Danger Danger", "Revolve" vorrebbe segnare un ritorno alle origini del sound sessuale e trascinante dei bei tempi andati. Purtroppo Ted Poley non è più vocalmente fresco come una volta e, soprattutto, manca l'elemento fondamentale che rendeva il gruppo capace di stracciare la concorrenza, quell'Andy Timmons che magistralmente interpretava e impreziosiva le composizioni del bassissta Bruno Ravel. Guarda caso i tre album migliori della carriera dei Danger Danger sono proprio quelli dove compare Timmons ("Danger Danger" del 1989, "Screw It!" del 1991 e "Cockroach", rilasciato postumo nel 2001 per problemi burocratici). Steve West picchia ancora come ha sempre fatto e Rob Marcello (primo lavoro nei Danger Danger per lui) ci sa fare con la sei corde, pur non essendo al livello del genio che lo ha preceduto.
Intendiamoci bene, i Danger Danger ci sono ancora e sanno ancora comporre ottime canzoni, fresche e orecchiabili, ma lo smalto di un tempo è ormai andato, lo si capisce sin dalla prima traccia, "That's What I'm Talking About", che potrebbe essere tranquillamente un outtake dallo scialbo disco solista "Smile" (2006) di Ted Poley.
Si prosegue con la decisamente più ispirata "Ghost Of Love", forte di un riff credibile e di un ritornello stavolta davvero ispirato.
Segue la strana "Killin' Love", triste ed autunnale col suo pianoforte malinconico, che, diciamocelo, dopo otto anni di attesa, non è proprio quello che si voleva dalla band. Sembra quasi che volessero imitare il feeling di quel capolavoro che era "Sick Little Twisted Mind" dell'album precedente, riuscendoci solo a metà. Danger Danger e tristezza non vanno bene insieme, vogliamo il casino!
"Hearts On The Highway" ci accontenta riportando alla mente proprio la band che ci è rimasta impressa a fuoco! Probabilmente se fosse uscita venti anni fa, ora sarebbe un classico, col suo chorus trascinante e il suo riff ruffianissimo (scusate il gioco di parole)!
"Fugitive" è la prima ballad, semplice e quasi scontata, non convince e non regge il confronto con l'ingombrante passato.
Si accelera di nuovo con "Keep On Keepin' On", solare ma poco ispirata sia a livello di riff principale che di chorus. Smaccatamente easy listening con destinazione TV.
Una semi ballad poco riuscita, ecco cos'è "Rocket To Your Heart". Sembra composta da una qualsiasi delle band di ragazzini emo che ci appestano le orecchie in questo buio periodo musicale. Oddio, vabbè, non esageriamo. Non è emo, ma comunque fa cagare.
"F.U.$", ovvero "Fuck You Money", racconta l'odio dei Danger Danger verso il denaro che tanto ne ha condizionato la carriera. Il testo decisamente condivisibile salva solo in parte un brano affossato dalla banalità. Peccato.
Si torna finalmente alla carica con "Beautiful Regret": partenza scoppiettante e svolgimento in pieno stile primi Danger Danger, peccato che sappia di già sentito a mezzo kilometro.
Finalmente con "Never Give Up" ci lasciamo trascinare dalla prima ballad degna di questo nome. Ancora niente di trascendentale, siamo lontani anni luce da perle come "I Still Think About You" o "Afraid Of Love".
Con "Dirty Mind", uno degli episodi migliori dell'album, si chiude un lavoro controverso in cui i Danger Danger paiono restare onestamente a galla senza sforzarsi troppo. Spero vivamente che questa battuta a vuoto serva da ricaldamento in vista di un nuovo album che ne segni definitivamente il ritorno col botto.
Nel frattempo se volete divertirvi, ravanate nel vecchio catalogo.
domenica 25 ottobre 2009

Inarrestabile Blackie Lawless, che dopo quindici anni di carriera e quattordici studio album, riesce ancora a produrre musica di qualità.
Sì, perché questo "Babylon", album che ruota sulla figura dei quattro cavalieri dell'apocalisse, è il degno successore dell'incredibile "Dominator" del 2007, che fece saltare i fan, ma soprattutto gli scettici, sulle loro sedie.
Dopo un lungo periodo in cui l'ispirazione sembrava avergli voltato le spalle (più o meno da "Still Not Black Enough" del 1995 a "The Neon God, Part 2: The Demise" del 2004) il caro vecchio Blackie, fondatore, leader, cantante e chitarrista dei W.A.S.P., sembra essere tornato per dimostrarci che il suo tempo è ancora lungi dall'essere concluso.
"Babylon" è un lavoro fresco, magari non originalissimo, ma è esattamente quello che ogni fan dei W.A.S.P. può desiderare. Sulla falsariga di "Dominator", Blackie ci propone sette nuove canzoni da urlo, più due cover (maledetto viziaccio delle cover! Ne sono veramente necessarie ben due in un disco con sole sette nuove canzoni?!), che richiamano alla mente quel periodo d'oro della band in cui sfornava capolavori come "The Headless Children" (1989) o il fantastico concept "The Crimson Idol" (1992).
Si parte subito in quarta con l'ispirata "Crazy", in cui il trascinante chorus la fa da padrone, in una hard rock song riuscitissima.
"Live To Die Another Day" è classicamente W.A.S.P.: riff diretto e ritornello strappaorecchie, da cantare in una decappottabile lanciata sulla route 66. Fantastica. Indistinguibile lo stile delle percussioni W.A.S.P.
Epicità è la parola d'ordine di quella cavalcata metallica che risponde al nome di "Babylon's Burning", probabilmente il pezzo migliore dell'album, perfetto dalla prima all'ultima nota e condito da un assolo fantastico.
Segue la prima delle due cover, ovvero "Burn" (originariamente registrata per l'album "Dominator", ma poi esclusa): bella carica, ma di certo per merito esclusivo dei Deep Purple. Molto meglio l'originale.
"Into The Fire" è un mid tempo che vorrebbe risultare evocativo, ma risulta un po' spento a causa della banalità della sua struttura.
Altissimi livelli invece per "Thunder Red", un assalto frontale a base di rock sanguigno e sessuale, dritto in faccia. Fantastica e casinista!
Provate a tuffarvi nei "Seas Of Fire", se ne avete il coraggio. La vostra colonna sonora sarebbe questa grande canzone, stavolta più tendente al metal che al rock, in un crescendo di pathos che culmina in un solo spot stupefacente e in un bridge finale cattivissimo.
L'ultimo pezzo originale è la pazzesca ballad elettrica "Godless Run", veramente da brividi. Da ascoltare a palla soprattutto per i suoi super assoli che riportano alla mente quelle monster ballad di fine anni '80, inizio '90, che ci emozionano ancora oggi.
Si chiude con "Promised Land", cover di Chuck Berry incattivita dai W.A.S.P. fino a renderla quasi irriconoscibile. Evoluzione o cover evitabile? A voi l'ardua sentenza.
Un ottimo album in pieno stile W.A.S.P., che contiene tutti gli ingredienti per essere apprezzato anche in sede live e con l'unica pecca delle cover-riempitivo, chiaro espediente per coprire lo scarso numero di inediti.
I W.A.S.P. saranno il 23 Novembre all'Estragon di Bologna e il 24 Novembre all'Alcatraz di Milano: visti gli ultimi due esplosivi lavori e considerando la spettacolare teatralità dalle tinte horror dei loro spettacoli, fateci un pensierino!
sabato 24 ottobre 2009

Per festeggiarne la reunion propongo la recensione dell'album migliore della all star band chiamata Mr. Big.
I Mr. Big sono infatti composti da quattro mostri, tecnicamente parlando: Eric Martin (voce, canta anche nella sua band, i Twin Dragons), Paul Gilbert (chitarra, suona anche nei Racer-X), Billy Sheean (definito "il Van Halen del basso", ex David Lee Roth e duemila altre band) e Pat Torpey (batteria, ha suonato anche con Chris Impellitteri). Negli ultimi due album della band Gilbert fu sostituito con Richie Kotzen, con conseguente radicale cambio di sound.
I Mr. Big nascono nel 1988, dopo la dipartita di Sheean dalla David Lee Roth band: con l'aiuto del produttore Mike Varney contatta gli altri futuri membri per iniziare un progetto partito con l'intenzione di fare il botto.
La notorietà non arriva subito come sperato e il primo album, il validissimo "Mr. Big" del 1989, sbanca in Giappone, ma stenta a imporsi nel resto del mondo. Il successo in oriente garantisce comunque alla band il ruolo di opener nel tour americano dei prog rocker Rush nel 1990.
Nello stesso anno arriva il disco che sdogana i Mr. Big al grande pubblico, "Lean Into It", caratterizzato da un hard rock (o se preferite "AOR", ovvero "Adult Oriented Rock") semplicemente allo stato dell'arte. L'accattivante copertina ritrae un dettaglio di una foto scattata dopo il deragliamento di un treno nella stazione Gare Montparnasse di Parigi, nel 1985.
L'album contiene due canzoni che ne hanno decretato il successo, diventando famosissime grazie a passaggi in radio un po' dappertutto. Entrerò nei dettagli in sede di recensione.
Apre le danze la famosissima "Daddy, Brother, Lover, Little Boy (The Electric Drill Song)" che, dopo una partenza soffusa, ti colpisce in faccia col suo riff geniale. La vera particolarità della canzone è l'assolo: Paul Gilbert e Billy Sheean a un certo punto iniziano a pizzicare le corde lei loro strumenti con un trapano che monta dei plettri sulla punta! E non è solo una sboronata in studio, lo fanno anche nelle esibizioni live! Quando si dice la precisione e la mano ferma.
Segue la bellissima "Alive And Kickin'", la mia preferita dell'album, classico hard rock che si pone di diritto fra le migliori canzoni del genere.
"Green-Tinted Sixties Mind" parla di una ragazza che vive come se si trovasse negli anni sessanta. Il 'green' del titolo si riferisce, come spiegato nelle note dell'album, alla tinta verdognola che hanno le immagini dei film degli anni '60. Boh, se lo dicono loro! Il pezzo si apre con un'introduzione spettacolare che colpisce subito e si dipana in un tappeto musicale accattivante e originale.
Il 'CDFF' presente nel titolo di "CDFF - Lucky This Time" si riferisce al 'fast forward' (avanti veloce) degli allora neonati lettori CD, ed è giustificato dall'originale inizio della canzone, che potrebbe mandare nel panico chi non legge il titolo, ovvero il classico 'rumore' che si sente durante l'avanzamento veloce del CD. Per la cronaca, la canzone che sentite in quel frangente è la roboante "Addicted To That Rush" dell'album "Mr. Big". Il pezzo è una stupenda ballad semi acustica.
Un assolo acustico ci introduce alla fantastica "Voodoo Kiss", il mio secondo pezzo preferito, che col suo ritmo stoppato si rivela fresca e originale.
La cadenzata "Never Say Never" ci delizia con un ritornello impossibile da non cantare a squarciagola e ci accompagna fino alla traccia seguente, il secondo singolo estratto "Just Take My Heart": semplicemente la ballad più bella che abbia mai sentito in vita mia. Se ne consiglia l'ascolto a tutto volume assieme alla vostra anima gemella. Poeticamente stupendo il ritornello: "Prendi il mio cuore quando te ne vai, semplicemente non ne avrò più bisogno".
"My Kinda Woman" ci riporta su terreni più accidentati con la maestria ormai accertata dei Mr. Big.
Parte soffusa, calda e avvolgente "A Little Too Loose", per poi prorompere in una eruzione da oscar di blues contaminato con hard rock.
Siamo quasi in chiusura con la scoppiettante "Road To Ruin", canzone sui problemi 'di cuore' composta da Pat Torpey. Epici i trascinantissimi cori smaccatamente anni '80.
Si chiude con la ballata, primo singolo estratto, che ha trainato l'album dalle stalle alle stelle: "To Be With You". Dannatamente bella, seppur inferiore a "Just Take My Heart", possiede un innegabile feeling più commerciale che ne ha decretato il successo mondiale. Un anno fa ero in un centro commerciale e l'ho sentita nella radio di un negozio di alimentari, giusto per farvi capire il grado di fama raggiunto che le ha consentito non solo di promuovere alla grande l'album, ma anche di sopravvivere fino ai giorni nostri!
Nella versione giapponese c'è la tipica bonus track, "Love Makes You Strong", che a dispetto del titolo è un rock rocambolesco sparato a mille, anche se decisamente di minor valore artistico rispetto al resto del disco. Insomma, una chiusura extra movimentata per i fratelli giappo che tanto amano questa grande band.
Negli anni seguenti i Mr. Big pubblicano (oltre che un sacco di live, spesso inutili) gli album "Bump Ahead" (1993, contiene l'allucinante "Colorado Bulldog" e la cover 'da traino' di "Wild World" di Cat Stevens) e "Hey Man" (1996, orientato su sonorità più soft rispetto al passato), ottenendo una popolarità sempre crescente, ma solo in Giappone. Problemino che, assieme a discordie fra i membri della band, porterà allo scioglimento nel 1997 in seguito all'abbandono di Paul Gilbert.
Ingaggiato Richie Kotzen nel 1999, i nostri tornano in pista con dischi non sempre all'apice quali "Get Over It" (2000) e "Actual Size" (2001), per poi sciogliersi di nuovo nel 2002, dopo la pubblicazione del loro settimo (!!!) e ultimo live, "Live In Japan".
Nel 2009, in seguito alle pressioni dei fans e in occasione del ventennale della band, i Mr. Big sono tornati con la formazione originale per intraprendere un tour mondiale che ha recentemente toccato anche l'Italia e ha definitivamente chiarito l'amore del pubblico di tutto il mondo per una delle migliori band della storia del rock.
Ci dobbiamo aspettare un nuovo album? Per ora non ci sono dichiarazioni ufficiali, ma visto il clima di reunion che ha coinvolto molti gruppi storici negli ultimi anni, ritengo (e spero) che sia molto molto probabile.
Nel frattempo deliziamoci pure con il loro vecchio, grande, vasto repertorio.
venerdì 23 ottobre 2009

Richie chi?
Mr. Kotzen è uno dei chitarristi con le palle quadrate meno conosciuti, pur vantando partecipazioni in band famosissime quali i Poison (nell'album "Native Tongue" del 1993, forse il migliore della band, proprio grazie a Richie... che poi è stato cacciato perchè s'è pompato la moglie del batterista, ma son dettagli!) e i Mr. Big, oltre che una carriera solista ventennale decisamente invidiabile.
Dopo il fantastico "Return of the Mother head's family reunion" (2007), Richie ci delizia con il raffinato "Peace Sign", in cui affina ulteriormente il suo songwriting per andare a toccare l'animo dell'ascoltatore in modo ancora diverso rispetto a come fatto in passato. Sì, perchè il vecchio Richie riesce a spaziare abilmente dal rock al metal passando per la fusion (incredibile l'album "Tilt" del 1995, registrato assieme ad un altro mostro della sei corde quale Greg Howe).
In quattro pezzi dell'album suona tutti gli strumenti tranne la batteria e, come se non bastasse, ha una voce da paura, e lo dimostra benissimo anche in "Peace Sign".
Apre le danze "My Messiah", rockettara e blueseggiante come da trademark Richie Kotzen. Come molte delle sue canzoni possiede una venatura vocale soul che contribuisce a coinvolgere l'ascoltatore nella solo apparentemente grezza trama musicale.
"Paying Dues" è la classica canzone allegra e sopra le righe che potete trovare in (quasi) tutti gli album di Richie. Semplicemente spumeggiante, è il singolo estratto per promuovere l'album. Che voce, ragazzi, che voce! L'ho visto live due anni fa e vi assicuro che è da far accapponare la pelle per quanto è bravo!
"Best Of Times" ha un ritmo che prende subito e non ti lascia fino alla fine.
"Lie To Me" è la tipica ballad alla Richie Kotzen, non molto diversa da quelle scritte in passato, ma non per questo meno emozionante.
Il riff blues super-malato è ciò che caratterizza la title track, che è fatta apposta per scatenarsi un po'.
Sonorità vecchio stile per la fantastica "We're All Famous" e i suoi assoli semplicemente fuori dal normale.
E' la volta della spettacolare e cadenzata "You Got Me", altro pezzone che precede l'ancor più fantastica "Long Way From Home".
Ancora una ballad sopra le righe ("Catch Up To Me") e poi di nuovo giù di blues con la frizzante "Your Entertainer".
Nuovo break semiacustico con "Larger Than Life" seguita a ruota dalla rilassantissima e commovente "Holding On". Che classe!
Si chiude con una cover dei Jackson 5, la spumeggiante "I Want You Back".
Un artista che non finisce mai di stupire e che sembra non avere limiti di creatività.
Se vi è piaciuto questo album, lasciate che vi indichi qualcos'altro nella sua sterminata discografia: "Mother Head's Family Reunion" (1994), "Get Up" (2004) e "Return Of The Mother Head's Family Reunion" (2007) sono indubbiamente i migliori.
Se preferite sonorità più soft puntate su "Something To Say" (1997), mentre per i fans di chitarristi come Malmsteen o Marty Friedman, rispolverate il velocissimo "Electric Joy" (1991).
Ricordatevi questo nome: Richie Kotzen, un artista spettacolare per tutti i gusti.
mercoledì 21 ottobre 2009

"Somic Boom: il boato generato dal superamento della velocità del suono."

L'ultima intervista a Gene Simmons (bassista dei KISS) che ho letto su Metal Maniac non lasciava spazio a dubbi: i KISS non avrebbero mai più inciso un album in studio e si sarebbero concentrati solo ed esclusivamente sulle release dei vari DVD. Il motivo? A fare un nuovo album ci si sarebbe guadagnato di meno rispetto al proporre DVD, parola del genio del marketing Gene Simmons.
Con la tristezza nel cuore (l'ultimo loro album "Psycho Circus", del 1998, era davvero buono! Sono già passati 11 anni?!) mi ero rassegnato a questa dichiarazione.
Mai fidarsi di una rock star.
Agosto 2009: viene rilasciato il primo singolo tratto dal nuovo album, "Sonic Boom". E la folla impazzisce. Il singolo, "Modern Day Delilah", è veramente uno spettacolo e sembra proprio segnare il ritorno alle sonorità del primo periodo dei KISS, ovviamente aggiornate agli standard di oggi.
2 Ottobre 2009: esce (in Italia, il resto del mondo vedrà la release qualche giorno più tardi, a seconda del paese...evvai!) "Sonic Boom".
Dopo una rapida occhiata alla copertina (di Michael Doret, autore della copertina di "Rock And Roll Over" del '76, e si vede) e subito ti accorgi che chiunque si occupi del marketing ci sa fare, eccome se ci sa fare: la scatola non contiene solo il nuovo CD, ma anche una raccolta di pezzi classici riregistrati (prima disponibile solo in Giappone sotto il nome di "Jigoku-Retsuden") e un DVD live contenente sei pezzi storici! Un vero scrigno del tesoro per ogni appassionato!
"Sti cazzi, chi se ne frega dei pezzi vecchi e dei DVD live! Se hanno fatto una cosa del genere vuol dire che il CD fa cagare!", penserà qualcuno. Beh, si sbaglia.
Questo è uno dei migliori album dei KISS da "Love Gun" (1979)!
In apertura troviamo il singolone sopra citato, "Modern Day Delilah": rimarrà ai posteri come una delle migliori canzoni dei KISS. Appena schiaccerete "play" vi troverete catapultati negli anni d'oro della band, con un riff DAVVERO rock e un Tommy Thayer (chitarra) che non fa affatto rimpiangere quell'Ace Freheley di cui porta la maschera. L'unico elemento che fa capire che Paul Stanley (voce e chitarra) è invecchiato è il falsetto un po' tirato che esibisce in un paio di occasioni. Eric Singer (batteria) non delude come al solito, anzi. Composta da Stanley, possiede un ritornello acchiappante come pochi e difficilmente dimenticabile già dopo il primo ascolto.
E' la volta di Gene al microfono, che ci propone la sua "Russian Roulette", vero anthem da stadio. Pur di livello inferiore (Paul Stanley alla composizione non lo freghi!) riesce a reggere bene il confronto col pezzo d'apertura. Solo a me una parte del riff ricorda spudoratamente l'inizio di "Breaking All The Rules" dei Wig Wam ("Wig Wamania", 2006)?
Il duo Stanley/Thayer ci regala l'incredibile "Never Enough", ancora una volta una canzone vecchio stile e ancora una volta centro completo per i KISS.
Anche Simmons sfodera gli artigli con la successiva "Yes I Know (Nobody's Perfect)", uno dei pezzi migliori dell'album. Grande chorus, bel riff tipico dei KISS. Impossibile non prorompere in un poderoso "Yes I Know!...Yes I Know!" dal secondo ascolto in poi!
Finalmente all'opera la premiata ditta Stanley/Simmons con "Stand", dal ritornello ruffianissimo e decisamente palloso. Peccato, perchè la canzone è globalmente ottima.
E' di nuovo il turno di Gene con "Hot And Cold": wow. Farà sfaceli in sede live, garantito. Gran ritmo ed ennesimo ritornello irresistibile. Stupendo il bridge finale.
"All For The Glory" (Stanley/Simmons) è una dichiarazione di intenti. Vi cetturerà sin dai primi secondi e sin dal primo ascolto. Ancora una volta ritornello da stadio.
"Danger Us" by Paul Stanley è un altro fottutissimo centro: riff spettacolo e (indovinate un po'?) chorus da oscar.
"I'm An Animal" (Stanley/Simmons/Thayer) incattivisce quanto basta l'atmosfera. Cadenzata e malefica, uno dei pezzi migliori.
Siamo quasi alla fine con "When Lighting Strikes", pezzo composto da Thayer e Stanley. Devo dire che Thayer ci sa davvero fare, sia come compositore che come esecutore. Bellissima.
La Stanleyana "Say Yeah" chiude un album fantastico con una struttura e sonorità decisamente più pop rispetto al resto dell'album. Ancora più easy listening del resto (era difficile, ma i KISS possono tutto).
L'unica critica che si potrebbe proporre a quest'album è la somiglianza fra le canzoni, che va oltre il fattore "filo conduttore". Ma sarebbe proprio andare a cercare il pelo nell'uovo.
Compratelo, fatevelo regalare, fate come cacchio vi pare: "Sonic Boom" è da avere ad ogni costo. Anche se dovremo aspettare altri undici anni per l'album successivo, nel frattempo avremo da divertirci. ALLA GRANDE.

La Svizzera è neutrale? Non nel rock! I Gotthard sono uno dei gruppi più importanti dell'hard rock moderno e ce lo hanno dimostrato più di una volta con album spettacolari (fra tutti "Gotthard" del 1992, "Dial Hard" del 1994, "G." del 1995 e soprattutto l'incredibile "Lipservice" del 2005).
Ci avevano lasciati leggermente perplessi col cupo "Domino Effect" (2007), da alcuni ritenuto un capolavoro, da altri un passo indietro che riportava i Gotthard al periodo di transizione pre-Lipservice.
Tornano oggi con "Need To Believe", album altalenante ma di miglior fattura rispetto al precedente.
"Shangri La" apre le danze con un riff orientaleggiante. Steve Lee (voce) ricorda molto lo Stephen Tyler di "Nine Lives" (Aerosmith, 1997), ma lo fa in uno stile tipicamente Gotthard. Il chorus è di quelli acchiappanti che hanno fatto la fortuna della band. Leo Leoni (chitarra) stupisce con un assolo tanto semplice quanto originale.
"Unspoken Words" porta l'ascoltature in atmosfere più cupe e cattive che sfociano in un ritornello classico e sinceramente strasentito. Peccato.
Il primo singolo "Need To Believe" è la classica semi ballad made in Gotthard, che però ancora una volta stenta a rapire l'ascoltatore, complici un riff poco ispirato e un ritornello con poco mordente.
Si cambia atmosfera con "Unconditional Faith", che finirà nella colonna sonora del film del regista Uwe Boll sul pugile tedesco Max Schmeling. Stavolta il pezzo è decisamente azzeccato! Cori strappaorecchie e gran feeling con uno Steve Lee che dà il meglio di sé.
Finalmente il pezzo rock che tutti aspettavamo! "I Don't Mind" non sarà un capolavoro di originalità, ma è fottutamente pazzesco. Vi sfido a non scapocciare al ritmo della cassa martellante. Scontata? Già sentita? I don't mind!
La semiacustica "Break Away" è una ballad di buona fattura che però difficilmente riuscirà ad offuscare alcuni capolavori del passato come ad esempio "I've seen an angel cry" (da Lipservice).
"Don't Let Me Down" è una ballad decisamente evitabile, visto che di pezzi come questo i Gotthard ne hanno scritti a palate.
Si torna su ottimi livelli con la movimentata "Right From Wrong". Feeling cattivo e ritornello che si impianta in testa sin dal primo ascolto.
"I Know, You Know" parte lenta e rilassata per poi spiazzarti quando meno te lo aspetti, trasformandosi in un ottimo hard rock cadenzato caratterizzato da un chorus decisamente particolare. Bell'assolo, Leo!
Pesantezza quasi metallica, basso strisciante, doppia cassa e ottimo ritornello con "Rebel Soul", uno dei pezzi migliori dell'album!
Addirittura orchestrazioni (se sono campionature sono fatte molto bene) in apertura per "Tears To Cry", ballad carica di pathos, ma ancora una volta poco catturante.
La bonus track "Ain't Enough", in chiusura, è ironicamente uno dei pezzi migliori. Bella cazzuta!
In definitiva un album decisamente superiore a "Domino Effect", ma purtroppo molto lontano dai fasti di "Lipservice". Intendiamoci, ottimo hard rock di matrice europea e decisamente superiore alla media, purtroppo però si sa che dopo aver scritto un capolavoro i fans diventano molto più esigenti.
Se ne consiglia comunque l'acquisto senza pensarci due volte, non lasciatevi scoraggiare dalla orrida copertina!
martedì 1 settembre 2009

SENZA PAROLE.
Gli Hardcore Superstar ti esordiscono nel 1998 con "It's Only Rock 'n' Roll" e a stento li noti, poi nel 2000 ti schiaffeggiano col rock-punk di "Bad Sneakers And A Pina Colada" e capisci che valgono. Quando cominci a sperare in loro ti sfornano due cagate di album come "Thank You (For Letting Us Be Ourselves)" (2001) e "No Regrets" (2003) e li dai per spacciati.
Ti giri e non appena gli dai le spalle...BAM! Te lo mettono in quel posto con un album come "Hardcore Superstar" (2005), un capolavoro di Street Rock misto a Metal misto a Glam. Ti fa ancora male il culo che se ne escono con l'incazzatissimo "Dreaming In A Casket" (2007) e oggi segnano una poderosa tripletta con "Beg For It".
I toni si alleggeriscono leggermente rispetto a "Dreaming", ma rimangono più pesanti di "Hardcore". Il sound si discosta di poco dai due lavori precedenti, confermandosi marchio di fabbrica e fonte di successo per gli Harcore Superstar (che, per la cronaca, sono svedesi). Copertina fantastica.
"This Worm's For Ennio" è evidentemente dedicata ad Ennio Morricone e rievoca atmosfere western in due minuti e dieci semplicemente commoventi ed indimenticabili.
Poi parte "Beg For It" e ti si inceneriscono i peli delle orecchie. Riffone, cattiveria, ritornello irresistibile. Orgasmo.
"Into Debauchery" è energia pura. Doppia cassa bruciante in partenza e secondo capolavoro. Groove a mille.
"Shades Of Grey" rallenta leggermente per compensare in inventiva.
Un treno impazzito che vi metterà sotto, ecco cos'è "Nervous Breakdown".
"Hope For A normal Life" è una stupenda canzone semi acustica, un occasione per tirare il fiato prima di ripiombare in un vortice di potenza con "Don't Dare 'bout your Bad Behaviour".
Apritevi il cranio e lasciate che "Remove My Brain" svolga il suo compito mentre scapocciate al ritmo della chitarra granitica e del trascinantissimo campanaccio.
"Spit It Out" è il secondo pezzo lento...ma anche NO! Ancora campanaccio ed ennesimo pezzo semplicemente da pazzi!
"Illegal Fun" per fortuna è legale, altrimenti ci staremmo perdendo un altro capolavoro!
Riff spezzato per "Take 'em All Out", che vi farà scapocciare a tutto volume.
Purtroppo la festa è finita e "Innocent Boy" chiude il disco con classe. Anzi senza, come vi accorgerete dopo i primi 30 secondi. Canzone ignorante e in-your-face. Giusto per ricordare a tutti che stiamo parlando degli Hardcore Superstar, mica cazzi!
Avete dei soldi da spendere? Spendeteli qui e vi divertirete, parola mia!
venerdì 10 luglio 2009

Chi ha detto che la rabbia non porta nulla di buono? Sammy Hagar (voce) se ne andò (o venne cacciato?) dai Van Halen dopo che questi incisero alcuni pezzi inediti con David Lee Roth, che li aveva abbandonati dopo "1984". Michael Anthony (basso), dopo 31 (primo album nel '78) anni di onorata carriera nei Van Halen, è stato rimpiazzato da... Wolfgang Van Halen, il figlio di Edward: se non è nepotismo questo! Ora potete anche farci credere che non vi importa, che siete superiori, che è acqua passata: bravi, così si fa. Però non ci venite a dire che in parte questo progetto non è nato anche dal fatto che vi rodeva il culo. Perchè per un side project non si chiamano Joe Satriani (chitarra) e Chad Smith (batterista dei Red Hot Chili Peppers).
Massì, ma chi se ne frega, dopotutto è la musica che ci interessa, non il gossip!
E qui dentro c'è musica di alta qualità.
Tutte le canzoni sono composte da Satriani e Hagar, tranne dove lo indicherò.
"Avenida Revolution" vi catturerà sin dalle prime battute, con una sezioe ritmica che si scalda per esplodere nel ritornello.
"Soap on a rope" è fantastica, anche se personalmente l'avrei accorciata di un minutino scarso, vista la ripetitività del riff.
"Sexy little thing" vi stamperà 'anni 80' sulla fronte. Struttura classica e riff quanto mai originale.
"Oh yeah". Solo il titolo dice tutto. Groove spinto a mille per il primo singolo estratto.
Si smorzano leggermente i ritmi con "Runnin' out", semplice e indimenticabile.
"Get it up" riaffonda il piede sull'acceleratore col suo riff vagamente orientaleggiante e misterioso e il suo ritornello da headbanging.
"Down the drain" (composta dall'intera band) inizia con un arpeggio che ben presto sfocia in uno dei riff più malati di tutto l'album. Wow.
"My kinda girl" è smaccatamente stile Van Halen, anche se solo dal riff non si direbbe. E sti cazzi, è un pezzone di hard blues robustissimo!
"Learning to fall" è la classica, immancabile, trascinante ballad. Peccato sia poco originale.
"Turnin' left" è l'ennesimo centro pieno. Personalmente quando parte non posso fare a meno di dimenarmi come un deficiente.
Con lo stupendo funk blues di "Future in the past" (composta dall'intera band, anche se si sente più marcatamente l'influenza di Chad Smith) si chiude questa esperienza, perchè quest'album è un'esperienza.
Esperienza che si prolunga di una traccia ("Bitten by the wolf" di Hagar/Satriani/Smith: ennesimo colpaccio costituito da un blues sanguigno e massiccio) se avete acquistato l'album su iTunes.
Vi sarete chiesti: "ma neanche una parola sugli assoli di Satriani"? No, perchè per fortuna il nostro amato professore ha saputo restare al suo posto nella sua prima esperienza in una vera e propria band, senza sbrodolarci gli ammenicoli con brodosi assoli superflui.
Vera sorpresa dell'album è Chad Smith, che picchia come un dannato! Chi lo avrebbe mai detto, avendolo sempre e solo ascoltato cimentarsi con le ritmiche funk dei Red Hot!
Stavolta la definizione di "supergruppo" combacia perfettamente col mio giudizio di "superalbum".

Oh, dimenticavo: Satriani assicura che "chickenfoot" non ha niente a che fare con le zampe di gallina che oramai segnano i volti dei notri eroi!

sabato 23 maggio 2009

Prima o poi dovevo scriverla questa recensione, non sapete quanto mi pesava.
Ricordo ancora il giorno in cui scoprii i Guns N' Roses: era l'estate del 2004. Conoscevo già da anni i loro pezzi più famosi ("Welcome to the jungle", "Don't Cry", ecc.), ma trovandomi in un negozio di dischi mi venne lo schizzo di acquistare uno dei loro CD. Non sapendo che pesci pigliare, mi affidai al classico metodo: prendo il CD con la copertina più bella. Scelsi "Appetite for destruction" (1987). Vi dico solo che oggi per indicare un CD bello e perfetto dall'inizio alla fine, dalla prima all'ultima nota, io e i miei amici diciamo "questo è un appetite". Disco fantastico, originale e a suo modo rivoluzionario, ha venduto uno scatafascio di copie e ancora oggi occupa per giorni e giorni il mio lettore.
In seguito presi anche "Use your illusion I" e "Use your illusion II" (entrambe 1991), dai quali rimasi parzialmente deluso: bei dischi, ma decisamente non erano degli "appetite".
Carino invece "Lies" (1988), contenente l'EP di esordio "Live ?!@ like a suicide" (1986) più quattro pezzi acustici: tre inediti passati alla storia più la nuova versione di "you're crazy".
Tralasciando il disco di cover "The spaghetti incident" (1993) e i vari live e best of, era dal 1991 che i fans aspettavano un nuovo disco dei GNR.
E lo stanno ancora aspettando, perchè questi non sono i GNR: della formazione originale c'è solo Axl Rose (per gli ignoranti, è il cantante). Niente Slash, niente Duff, niente Matt. Niente. E' rimasto solo Dizzy Reed (tastiere), il membro "meno membro" della vecchia formazione.
Risultato: un disco di merda, anche se in rete ci sono frotte di persone che lo adorano. Per quanto mi riguarda un fan dei GNR che adora questo disco è come un fan dei Metallica che adora "St. Anger".
La copertina ricalca la struttura dei due "use your illusion": abile mossa commerciale?
Passiamo alla triste analisi del disco.
"Chinese democracy" apre il lotto di quattordici canzoni che compongono l'album. Vociare in cinese in sottofondo e poi irrompe un Axl che sembra quasi finto per quanto non sbava mai. Non si sente più la carica quasi sessuale che c'era nei vecchi lavori. E la traccia numero uno scorre indifferente in un mare di banalità.
"Shackler's revenge" era stato annunciato come un pezzo incredibile, quando è solo una canzone qualunque, orecchiabile, scritta apposta per MTV. Distorsione delle chitarre orrenda. E andiamo avanti un po' più depressi.
"Better" è strana, alcuni la adorano, altri la detestano. Indovinate a quale categoria appartengo io? Bravi.
"Street of dreams" è la classica ballatona marchio GNR, che sarebbe potuta stare tranquillamente su "Use your illusion II". Carina.
"If the world". Che dire? Quando è partita la prima volta nel mio stereo stavo per gridare allo scandalo. Una pila di merda direttamente dal culo di Axl alla vostra faccia. Batteria elettrica, beat da hip hop e pezzo comunque oggettivamente brutto.
"There was a time" è il secondo pezzo che si salva. Sorpassato l'impatto iniziale (anche qui beat) potrete godervi un pezzo originale e tutto sommato gradevole.
"Catcher in the rye" è l'ennesimo pezzo spento, inutile e superfluo, di quelli che piacciono tanto ad MTV. Skip.
"Scraped" inizia con un coretto e sfocia in un riff cattivo e saturo che caratterizza il terzo pezzo semi-decente del disco.
"Riad N' the bedouins" farà incazzare pure i beduini per quanto fa schifo. Riff banalissimo e globalmente canzone da dimenticare. Ritornello da vomito.
"Sorry": finalmente un titolo che c'azzecca con la canzone. Perchè qui c'è solo da chiedere scusa al fan che ha atteso quasi vent'anni per comprarsi questa bufala. Dovrebbe essere una ballad, dico dovrebbe perchè ogni volta non ce la faccio e la salto. Obrobrio.
"I.R.S." è l'ennesimo pezzo inutile che cerca di ricreare un'atmosfera da vecchi tempi, riuscendo solo a far incazzare ancora di più.
"Madagascar" inizia con dei fiati epici che introducono alla nuova canzone di Zucchero. Come? Sono sempre i GNR? Ah, scusate, non me ne ero accorto. Senza offesa, per Zucchero, eh!
"This I love" è la millerrima ballad da dimenticare.
"Prostitute", l'avranno messa in coda per indicare che il disco è andato a puttane? Probabilmente sì.
Grazie a dio è finito il CD.
Ora voglio chiarire una cosa: il disco non è così brutto come l'ho descritto perchè faccia effettivamente cagare a spruzzo. E' brutto perchè sula copertina c'è scritto "Guns N' Roses", quando:
1)Praticamente dei GNR non c'è più nessuno.
2)Non suona assolutamente come un disco dei GNR, perchè a conti fatti è un disco SOLISTA di Axl Rose, neanche vedendolo sotto l'ottica di un "ammodernamento stilistico".
Mi spiego meglio: se al posto di "GNR" ci fosse stato scritto "Axl Rose", probabilmente adesso mi troverei a scrivere una recensione tutto sommato positiva, visto che parleremmo del come back di un artista storico che ha saputo confrontarsi con i tempi che corrono per rilanciare la sua immagine.
Ma qui parliamo di GNR, parliamo di Rock 'n' Roll, parliamo di adrenalina: tutte cose che in questo disco non troverete.
Bocciato.

E ora un po' di curiosità:
-Sebastian Bach (Skid Row, Sebastian Bach), grande amico di Axl, ha dichiarato che il progetto "Chinese Democracy" prevede quattro album che usciranno nei prossimi anni. Se sono tutti così, io passo!
-In Cina l'album è stato bandito.
-Il vecchio chitarrista, Slash, ha dichiarato che sarebbe disposto ad una reunion (visti anche gli scarsi risultati che sta ottenendo con la sua ultima band, i Velvet Revolver, veramente mediocri). Ovviamente Axl gli ha risposto che non se ne parla. E addio voci sulla reunion.
-Il disco in America ha venduto oltre 500.000 copie, aggiudicandosi il disco di platino, mentre nel resto del mondo ha superato di poco i due milioni: risultati veramente scarsi che dovrebbero far riflettere sulla strada intrapresa. Hai voglia a dire che è un bell'album, le vendite parlano chiaro.

venerdì 24 aprile 2009

Innanzitutto mi scuso per la lunga assenza, ma ho avuto diversi impegni che mi hanno impedito di pubblicare nuove recensioni.

Ma ciancio alle bande e ricominciamo con un grande album di qualche anno fa: "Rise" dei The Answer, band Irlandese che nel 2006 ha debuttato con questa pietra miliare del rock.
Da molti indicati (esagerando, a mio parere) come i nuovi Led Zeppelin, i The Answer confezionano undici canzoni, per poco meno di 50 minuti di durata totale, di rock grezzo, sessuale e assolutamente irresistibile. Cormac Neeson (voce) è esteticamente il cugino brutto di Robert Plant, ma in quanto a voce non ha nulla da invidiare allo storico frontman; Paul Mahon (chitarra) non si abbandona a inutili fronzoli pur risultando assolutamente originale; Micky Waters (basso) e James Heatley (batteria) fanno il loro dovere alla grandissima: insomma, una band con le palle cubiche. Vi giuro, dopo aver scoperto questo album, nel mio lettore CD non è entrato praticamente niente altro per circa due mesi.
Play.
"Under the sky" apre le danze come meglio non si poteva fare. Primo singolone estratto e ritornello che difficilmente vi uscirà dalla testa.
"Never too late" segna un altro centro. Assoluccio di riscaldamento (Paul Mahon ricorda molto il caro vecchio Slash, sia come tocco che per arrangiamenti) e il groove vi travolgerà. Irresistibile.
"Come, follow me" è a mio parere il pezzo migliore dell'album, grazie al suo riff molto più "80s glam-oriented" rispetto alle altre canzoni, che molto spesso portano alla mente il rock degli anni '70.
"Be what you want" è la prima ballad del disco. Bella, ma non eccelsa.
Con "Memphis water" preparatevi a un tuffo nel blues 'n' roll più sanguigno! Sei minuti orgasmici!
"No questions asked" è l'ennesimo pezzone stratosferico che parte prendendo la rincorsa e vi tira una testata in pieno petto dopo i primi 40 secondi.
"Into the gutter" sfoggia l'ennesimo riff spettacolare e si rivela un altro masterpiece.
"Sometimes your love" è più cadenzata, ma sempre una goduria.
"Leavin' today" e "Preachin'" aprono egregiamente la strada per la ballad finale, "Always", decisamente migliore rispetto alla precedente.
"Rise" è disponibile anche in edizione speciale, arricchito da un secondo CD con b-sides, live e sessioni acustiche.
Jimmy Paige (sì, il chitarrista dei Led Zeppelin) ha dichiarato che segue con interesse questi ragazzi, che hanno aperto concerti per AC/DC (dove tutti all'inizio chiedevano a gran voce Angus e soci, ma dopo il primo pezzo dei The Answer si è scatenato l'headbanging e il pogo forsennato), Aerosmith, Rolling Stones.
Quest'anno (2009) è uscito il loro secondo album: "Everyday Demons". Comprate anche questo ad occhi chiusi.